“Quale citta’ nel nuovo millennio” nella rubrica sulla disabilità

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Nuovo millennio

 

 

 

 

Quale città progettare per il nuovo millennio?
Saranno le persone con disabilità a salvare il mondo?
 

Maurizio De Giglio 

“Dal punto di vista matematico, se un ubriaco vive in una città bidimensionale e cerca di tornare a casa girando a caso a ogni incrocio, prima o poi ci arriva sicuramente. In una città tridimensionale, invece, la complicazione di dover anche salire o scendere a caso da un piano all’altro fa si che la probabilità di arrivare non solo all’entrata del proprio condominio, ma anche alla porta di casa, scende al 30%. Se dunque volete andare negli Stati Uniti a ubriacarvi, scegliete come meta la piatta Los Angeles ma non New York, a causa della sua sobria geometria tridimensionale.”

Così concludeva Odifreddi, un interessante articolo sulla città razionale. La città ideale, così come concepita da Leonardo Battista Alberti, non prevedeva spazi ai meno fortunati. Era una città per le classi elevate, svuotata dalla povertà e ricca di bellezze artistiche.

Paradossalmente è la mobilità di merci e persone e non la vivibilità, a preoccupare gli architetti contemporanei, spinti da parcelle milionarie e interessi economici stratosferici.

La linea ferroviaria ad alta velocità della California, il Nuovo Canale di Panama, il corridoio economico Cina-Pakistan e la metropolitana di Riyadh: sono questi, per grandiosità, complessità tecnica e impatto economico generato, i quattro mega-progetti attualmente in corso nel mondo. Insomma, spostamento veloce di uomini e mezzi è la molla principale del capitalismo. Tutto, pensato in funzione di una società che non invecchierà o che non si ammalerà mai.

Progettare una città autonoma e perfettamente collegata a tutto, vale a dire al nulla, è tornare a pensare utopisticamente alla città ideale. Ma l’intento è creare una società non statica, continuamente in movimento e proprio per questo infelice. In linea teorica, oggi, potremmo viaggiare stando tranquillamente in poltrona, nel salotto di casa. Invece stiamo costruendo un mondo dove si potrà percorrere migliaia di chilometri, in men che non si dica.

Paesaggi stravolti, condizioni climatiche cambiate per sempre, uomini e donne sradicati dal loro habitat, in nome di un progresso che non si pone più il problema del benessere sociale, ma, al più, quello individuale. I segnali sempre più evidenti di maggiore solitudine dell’essere umano ed incapacità di affrontare gli enormi problemi che la nuova società post-industruale pone, non sembra spingerci a soluzioni a misura d’uomo, ma a rincorrere uno sviluppo insostenibile.

Quello che mi sembra assurdo, è proprio questa l’epoca in cui si sta cercando di superare il problema di grandi spostamenti di masse lavoratrici, come era avvenuto in Europa, a partire dagli anni ’50. Hanno chiuso i mega-complessi industriali, lasciando per strada migliaia di famiglie e si ritorna a pensare di far viaggiare milioni di persone e farle rientrare alla base, magari nella stessa giornata.

Città che rischiamo di svuotare, lasciandola ai vecchi e ai disabili, i quali non potranno spostarsi, visto lo stato attuale dei centri abitati.

Chissà, saranno le persone con disabilità a salvare il mondo?

RUBRICA SULLA DISABILITA’

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 L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità

Le positive conquiste hanno migliorato la scuola e la società civile e tale processo, a volte con forti spinte in avanti e a volte con qualche passo all’indietro, ha dato a questi trent’anni senso e motivazione al lavoro di tanti operatori scolastici

   Maurizio De Giglio

Nel 1977 veniva promulgata la legge n. 517, vale a dire la formalizzazione di una delle conquiste  più importanti della scuola italiana: l’integrazione nelle normali classi degli alunni con disabilità. Una conquista che ha dato alle famiglie, agli alunni e alla stessa scuola contenuti, opportunità e approcci nuovi, che hanno cambiato modi di insegnare, di educare e, soprattutto, una nuova prospettiva culturale nei confronti delle persone con disabilità. Le positive conquiste hanno migliorato la scuola e la società civile e tale processo, a volte con forti spinte in avanti e a volte con qualche passo all’indietro, ha dato a questi trent’anni senso e motivazione al lavoro di tanti operatori scolastici.

Ancora oggi incontro persone, della più svariata caratura intellettuale, che non capiscono il continuo cambiamento che questa problematica comporta. Ad esempio, nel giro di pochi anni, siamo passati attraverso una trasformazione, anche terminologica, della parola handicap.

Handicap metteva in evidenza la menomazione che una persona subiva negli atti di vita quotidiana, tralasciando le qualità e le residue abilità, a volte notevoli, della persona medesima.

Ecco che si è pensato di andare oltre e di porre l’accento sulle possibilità di crescita e capacità di queste persone. Il bisogno di integrarle e di non emarginarle ha portato gli organismi internazionali (l’O.M.S.-Organizzazione Mondiale della Sanità) a modificare i termini con cui venivano individuate. Per questi motivi con la parola disabile si è posto in risalto le diverse abilità, che queste menomazioni sviluppavano sulle persone.

A molti potrà sembrare  un discorso ripetitivo, già sentito e per questo vacuo, ma l’ottusa mentalità imperante, mi spinge a ricordare l’evoluzione della stessa percezione delle persone affette da menomazioni. L’evoluzione linguistica deve inevitabilmente seguire, a volte anticipare e correggere, un sbagliato pregiudizio. Mi sono recentemente scontrato con persone che non capivano perché bisognasse indicarle come persone con disabilità.

Una spiegazione andava data a chi continua a pensare che la sostanza non cambia. Vale a dire, sempre menomati sono! Senza ricordare gli scienziati Hawkins o Frisone, allarghiamo gli orizzonti mentali e pensiamo a cosa possono donarci queste personalità.

Tornando al mio pane quotidiano, qual è la funzione primaria della scuola nei confronti degli alunni con disabilità?

La l. 104/92 ci dice che “l’integrazione scolastica ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona handicappata nell’apprendimento, nella comunicazione, nelle relazioni e nella socializzazione” (art. 12, c. 3).

La scuola, quindi, per suo mandato istituzionale, è tenuta a offrire all’alunno disabile un’opportunità forte per contribuire alla costruzione del suo benessere e garantire non solo l’istruzione, ma anche la “piena formazione della personalità degli alunni” (art. 4,l. 517/97) attraverso relazioni umane e sociali, che aiutino a sviluppare la personalità complessiva della persona. E come accennavo prima, ad arricchire il mondo dei cd normodotati e ad insegnare la tolleranza.

Conseguentemente, occorre ricordare che anche gli alunni con gravi difficoltà di apprendimento e di adattamento, hanno diritto a vedere sviluppate dall’istituzione scolastica le proprie potenzialità conoscitive, operative e relazionali, naturalmente secondo personali ritmi di crescita e attraverso la strutturazione di finalizzati interventi di socializzazione e di apprendimento.

Ne deriva che, per affrontare questa vasta problematica, ha l’importante ruolo di indirizzo e guida, per arricchire il mondo dei cd normodotati e contribuire alla costruzione di una società tollerante.

NELLA RUBRICA “SOSTENIAMOLI” L’autismo”

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Come definire l’autismo? Sindrome specifica o malessere individuale?

12 Luglio 2017  Maurizio De Giglio

Il disturbo noto come autismo fu identificato dallo psichiatra Leo Kanner. Nei suoi studi, pubblicati nel 1943, descrisse i casi di una decina di bambini che secondo lui presentavano caratteristiche comuni.

Il primo di loro, Donald, sembrava per esempio completamente disinteressato al mondo e alle persone che lo circondavano, non giocava con gli altri bambini, non rispondeva al suo nome se veniva chiamato, aveva una mania per gli oggetti ruotanti, e scoppiava in bizze incontrollabili se la sua routine quotidiana veniva in qualche modo alterata. Gli altri piccoli pazienti che erano giunti all’attenzione di Kanner avevano comportamenti simili.

DIFFICILE DA RICONOSCERE. A più di sessant’anni da quella definizione ci sono ancora molte incertezze sulla classificazione del disturbo, e soprattutto sulle sue cause.

sintomi dell’autismo compaiono di solito prima dei tre anni, riguardano inizialmente difficoltà di linguaggio e di comunicazione, e un’apparente difficoltà di contatto emotivo, sia con i genitori sia con i coetanei, ma le sfumature e i quadri di presentazione possono essere anche assai diversi, il che rende spesso anche assai difficoltosa la diagnosi.

EPIDEMIA VERA O PRESUNTA? Negli anni scorsi si è spesso parlato di un forte aumento dei casi di autismo, addirittura di un’epidemia in corso: alcune indagini effettuate nei paesi anglofoni avevano evidenziato un forte aumento del numero di casi nella popolazione. In realtà, quei numeri sono stati molto ridimensionati e si sospetta che, più che un aumento dei casi, riflettano un aumento delle diagnosi, dovuto a una maggiore consapevolezza  e sensibilizzazione sul disturbo.

Oggi si stima che in Italia una prevalenza attendibile del disturbo (sono poche regioni a raccogliere in maniera sistematica dati sui casi) sia di circa quattro su mille bambini, con il disturbo che colpisce, per ragioni ignote, i maschi 3 o 4 volte più che le femmine.

LA BUFALA DEL LEGAME CON I VACCINI. Nonostante le ripetute smentite da parte della comunità scientifica, da anni continuano a circolare le voci che a causare l’autismo possano essere alcune vaccinazioni di età pediatrica, voci alimentate da una gran confusione. In un caso, sotto accusa c’è stato il vaccino contro il morbillo, ed è stato dimostrato che si trattava di una vera e propria bufala: falsificando i dati, un medico inglese era riuscito a pubblicare su una rivista scientifica autorevole l’ipotesi che il vaccino, che contiene il virus vivo attenuato, potesse provocare dei disturbi intestinali caratteristici e l’autismo.

Sul banco degli accusati è finito anche il tiomersale, un eccipiente a base di mercurio che veniva usato per garantire la sterilità e la conservazione del prodotto, e che è stato tolto dai vaccini nel 1992, non perché si sia dimostrato dannoso ma per principio di cautela: in ogni caso, moltissimi studi lo hanno scagionato dai sospetti.

CAUSE ANCORA IGNOTE. Sulle cause del disturbo c’è ancora molta incertezza. Si ritiene che ci sia una componente genetica, e i dati più recenti suggeriscono con sempre più forza la possibilità di un danno organico che si verifica nelle fasi di sviluppo del sistema nervoso. Uno studio recente ha, per esempio, osservato alcune anomalie nel cervello di alcuni bambini (in particolare nell’architettura di alcune aree della corteccia) affetti da autismo, che farebbero propendere sempre di più verso l’idea che si verifichino dei problemi durante lo sviluppo fetale.

TERAPIE POSSIBILI. Le terapie considerate più utili sono quelle di tipo comportamentale per migliorare la socialità dei bambini, e lo sviluppo della loro autonomia nella vita quotidiana, specialmente se vengono intraprese precocemente. Per altri tipi di intervento si ritiene non ci siano ancora le prove che funzionino. Nel 2011, l’Istituto superiore di sanità ha emesso delle Linee guida sui trattamenti che hanno dimostrato una qualche efficacia. Non ci sono stati aggiornamenti di rilievo, a causa dell’incertezza tra gli studiosi sull’efficacia delle terapie adottate.

Nella ricerca, grande attenzione si sta concentrando in questi ultimi anni sul ruolo dell’ossitocina, il cosiddetto “ormone dell’amore”, implicato nella modulazione di vari aspetti del comportamento sociale, per esempio nel comportamento materno e nello stabilirsi del legame tra madre e bambino, e  se ne fa un gran parlare come possibile trattamento dei disturbi autistici. E in sperimentazione ci sono alcuni spray nasali a base di ossitocina per migliorare le abilità sociali dei bambini e degli adulti affetti dal disturbo.

C’è da dubitare su tali terapie. Benché promettenti, queste ricerche sono ancora molto preliminari, e neppure il ruolo dell’ossitocina nell’autismo (se davvero i livelli siano più bassi in chi ne soffre) è così chiaro.

DIFFICOLTÀ QUOTIDIANE. Come gestire i bambini affetti da autismo, e soprattutto quali siano i percorsi migliori per avviarli a una vita il più possibile autonoma, rimane uno dei problemi su cui si interrogano la maggior parte delle famiglie dei pazienti, riuniti in numerose associazioni.  Non sono rare le notizie di bambini isolati, perché problematici e difficili da gestire, e la filosofia dell’inclusione di questi bambini nella scuola incontra non poche difficoltà, per non parlare della loro vita da adulti, quando il sostegno delle famiglie può venire a mancare. E questo è il vero problema: come integrarli nel tessuto sociale, rendendoli quanto più independenti, e seguirli in maniera adeguata, nel caso rimanessero senza il supporto dei loro cari.

 

 

MUSICA E DISLESSIA: QUALE RAPPORTO?

 

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Albert-Einstein

Musica e dislessia, quale rapporto?

   Maurizio De Giglio  

Mi riesce difficile inserire la dislessia nel campo delle disabilità. Non a  caso la nuova terminologia la definisce come Disturbo Specifico  dell’Apprendimento. Sono lontani i tempi in cui veniva confusa con il ritardo mentale. Possiamo affermare che non è una patologia invalidante, a tal punto da impedire qualsiasi tipo di attività. Ritroviamo tra gli uomini che ne hanno sofferto, uomini del calibro di Michelangelo o Leonardo, Einstein o Marlon Brando.

Negli ultimi anni si è parlato molto di dislessia e la ricerca scientifica sull’argomento è molto attiva; nonostante ciò non si è ancora giunti a una conclusione sulle sue cause e uno degli ultimi filoni di ricerca in tal senso riguarda il rapporto fra musica e dislessiae, in particolare, la correlazione tra dislessia e difficoltà di tipo ritmico.

Siamo ben lontani dal dire se questa spiegazione sia esaustiva e se un’effettiva difficoltà nel senso del ritmo contribuisca realmente a spiegare le difficoltà in lettura, ma di sicuro questa teoria ha spinto diversi scienziati a condurre esperimenti legati a questa ipotesi.

Una recente ricerca condotta da diversi ricercatori italiani hanno ipotizzato che un allenamento di tipo musicale (basato principalmente sul ritmo) potesse avere ripercussioni positive anche sulla capacità di lettura in ragazzi dislessici. In passato diverse ricerche hanno mostrato diversi cambiamenti a livello cognitivo e neurofisiologico in qualche modo legati all’attività musicale, tra i quali anche migliori capacità linguistiche e di lettura.

In questo caso però i ricercatori hanno voluto analizzare gli effetti di un training musicale e di un training di pittura in due gruppi di persone fra gli 8 e gli 11 anni con diagnosi di dislessia evolutiva. Entrambi i gruppi inoltre venivano impegnati in un trattamento standard relativo alle abilità di lettura.

Può sembrare bizzarra come ipotesi, ma già molti studi scientifici hanno preso in considerazione la relazione tra musica e dislessia e alcuni di essi hanno messo in evidenza che le abilità ritmiche nei bambini hanno mostrato capacità predittiva rispetto ad abilità fonologiche e di lettura.

Entrambi i gruppi di bambini sono stati sottoposti a molte prove, prima e dopo il periodo di trattamento (durato 7 mesi): vari test facenti parte di una batteria per il QI, test di lettura, test sulle abilità fonologiche, test di attenzione uditiva e test relativi a ritmo e processamento temporale.

I risultati hanno mostrato interessanti effetti dei due tipi di training: il gruppo allenato sulla pittura ha mostrato maggior incremento delle prestazioni al test di ragionamento visuo-spaziale, mentre il gruppo allenato sulla musica ha ottenuto punteggi più alti relativamente a correttezza nella lettura, attenzione uditiva e capacità fonologiche.

Siamo ancora ben lontani dal capire tutto sulla dislessia, o anche soltanto da comprendere la relazione fra musica e dislessia, ma sicuramente questi dati fanno riflettere su quanto molte attività divertenti possono anche essere utili e rendere l’apprendimento meno doloroso nella psicologia di questi soggetti.

Eccovi il link:

http://www.dabitonto.com/sosteniamoli/musica-e-dislessia-quale-rapporto.htm

I CENTRI DI SOCIALIZZAZIONE DEI DISABILI PSICHIATRICI

 

 

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L’approccio al desiderio sessuale nelle persone con disabilità

I centri di socializzazione per i disabili psichiatrici

L’inclusione sociale richiede maggiori risorse

   Maurizio De Giglio  
Centri psichiatrici1

 

La legge di stabilità per il 2016 affrontava alcune emergenze, prevedendo nuovi fondi settoriali per la disabilità, come ad esempio il Fondo per la cura dei soggetti con disturbo dello spettro autistico o il fondo destinato al dopo di noi (ovvero il supporto della persona gravemente disabile che non può più contare su appoggi di tipo familiare), ricordiamo che è attualmente in discussione una norma specifica. Parallelamente a questa, nella Legge di Stabilità erano previsti interventi in questo ambito. Ne disponeva l’art. 1 al comma 400, che istituiva presso il Ministero del lavoro  e  delle politiche sociali un Fondo che poteva contare su 90 milioni di euro dal 2016, destinato alla  copertura  finanziaria  di interventi legislativi recanti misure per il sostegno di persone  con disabilità grave, prive di sostegno familiare.Con la legge di stabilità per il 2017,  il governo mette a disposizione per il Sociale una cifra che si aggira intorno a un miliardo di Euro, riducendo quindi i sacrifici a cui sarebbero andate incontro le persone disabili e non autosufficienti. Purtroppo però non tutte le categorie hanno beneficiato di questi fondi; sembra infatti che andranno a favore solo dei disabili non autosufficienti, dei pensionati con redditi bassi e degli indigenti.

Permangono i fondi sociali, per le non autosufficienze, per l’infanzia e l’adolescenza, per le politiche della famiglia. Sono stati confermati finanziamenti destinati ad enti, organizzazioni ed organismi eterogenei. Più incerto, invece, è apparso lo sforzo per i progetti riguardanti la vita indipendente. Le spese sanitarie sono state razionalizzate ma vi è stato l’impegno per la revisione dei Livelli Essenziali dell’Assistenza (LEA) e per lo sviluppo di studi, sperimentazioni e terapie riguardanti le malattie rare.

Per di più, era stato siglato l’accordo nella Conferenza Stato-Regioni, che aveva ridotto le  risorse per l’assistenza domiciliare ai disabili, necessarie a garantire una soddisfacente qualità di vita. C’è stato poco da gioire per il passo indietro del Governo, che ha ripristinato la somma concordata originariamente. Ma siamo sempre nell’ordine di pochi milioni, che serviranno a  garantire le emergenze. Non c’è una politica di raccordo tra i vari Enti pubblici e privati, che possa comunque concretizzare interventi mirati e davvero utili alla tutela dei diritti di queste persone.

L’inclusione dei disabili nella società non deve passare esclusivamente dalla scuola, che pure deve svolgere una funzione fondamentale.

In base all’esperienza sul campo, possiamo prendere a modello i centri di socializzazione al lavoro per le persone con disabilità psichiatrica. Questi spazi si possono definire come luoghi di apprendimento, in cui il lavoro è lo strumento educativo privilegiato, per far sì che queste persone, seguendo un progetto educativo individualizzato, acquisiscano i prerequisiti lavorativi e attraverso essi, anche una serie di autonomie, competenze e conoscenze trasversali e quindi fondamentali per affrontare, oltre al mondo del lavoro, anche la vita quotidiana. Esperienza da estendere ad altri tipi di disabilità. Ognuno di essi si caratterizza per una tipologia di attività, ma ciò che li accomuna è il considerare il lavoro come strumento educativo per lo sviluppo dei prerequisiti lavorativi. Questi ultimi sono a loro volta strumento, in quanto attraverso essi, le persone con disabilità psichiatrica hanno la possibilità di sviluppare, potenziare e valorizzare capacità e competenze che sono fondamentali per affrontare anche la vita quotidiana. La puntualità sul luogo di lavoro, il saper lavorare in gruppo, il rispetto per i colleghi, la comprensione dei diversi ruoli, l’autonomia, la gestione del tempo e dei ritardi/assenze, la cura della propria persona e molti altri sono aspetti che possono apparire scontati per persone che non vivono una situazione di svantaggio, ma per chi soffre di un disagio mentale possono rappresentare difficoltà a volte insormontabili e  che necessitano di un lungo periodo di lavoro per apprenderle.

I centri di socializzazione al lavoro rappresentano la palestra in cui le persone con disabilità psichiatrica possono allenarsi per capire cosa significa essere lavoratori e apprendere i prerequisiti lavorativi necessari. Rappresentano, altresì, una delle tante carte vincenti per il futuro del terzo settore e che può svilupparsi anche in tutta Italia.

Foto: Centro diurno disabili di FOGGIA

 

NUOVA CURA PER AIUTARE I MALATI DI ALZHEIMER

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Una nuova cura per aiutare i malati di Alzheimer

Si chiama terapia del ricordo ed è una pratica che aiuta i pazienti affetti da demenza a migliorare la loro qualità di vita, il ragionamento e l’attenzione, migliora l’umore e riduce l’agitazione

   Maurizio Degiglio  Stampa l’articolo
Psic

Ai più Glenner Town Square, a San Diego (USA), non dirà nulla.

Ed invece sarà una sorpresa. Non perché sarà ritenuta un’attrazione turistica, ma perché è la ricostruzione anni Cinquanta del centro della piazza di questo borgo. Come le cittadine di settanta anni fa, si potrà camminare fino al bar e assaporare un caffè, o pranzare al ristorante, consultare un libro in biblioteca, guardare le vetrine di negozi di vario tipo.

Ci sarà anche il municipio e non mancherà neppure l’ospedale. Circoleranno macchine d’epoca e sulle scrivanie niente computer o smartphone, ma macchine da scrivere e telefoni senza tasti. Il cartellone del cinema mostrerà «Singin in the rain» e altri film d’epoca. Nel salone di bellezza le signore potranno farsi fare una piega ai capelli (rigorosamente anni Cinquanta) oppure una manicure. Benvenuti a Glenner city, dunque! Non è un parco di divertimenti di ultima generazione, ma una città in miniatura i cui abitanti saranno i malati di Alzheimer che, tornando indietro nel tempo, quando avevano tra i 20 e i 30 anni, potranno ritrovare quei punti di riferimento a loro cari, vivendo così momenti di almeno apparente serenità.

L’obiettivo del progetto è infatti ispirare ricordi positivi. Si chiama terapia del ricordo ed è una pratica che aiuta i pazienti affetti da demenza a migliorare la loro qualità di vita, il ragionamento e l’attenzione, migliora l’umore e riduce l’agitazione.

La scelta di costruire una città il più possibile simile a come erano le città negli anni Cinquanta, è motivata dal fatto che proprio in quegli anni, la maggior parte dei pazienti, che oggi soffrono di Alzheimer, avevano formato i loro ricordi più forti, come il diploma di scuola superiore, il matrimonio o avere figli. La città sarà inaugurata nell’aprile del 2018.

La città funzionerà come un asilo nido: le famiglie potranno lasciare i propri cari qualche ora e potranno anche trascorrere del tempo insieme. Il centro sarà diviso in sei quartieri e i pazienti potranno fare un giro per vetrine, prendere un caffè o vedere un film al cinema o addirittura guidare una vera Thunderbird car del 1959, sempre con la supervisione di personale specializzato. La città potrà ospitare 75 pazienti con un assistente ogni cinque, a un costo di 95 dollari la giorno (con la possibilità di formule meno costose in base al tempo di permanenza).

La domanda che bisogna porsi è sulla realistica fruibilità di questi servizi. Quante persone potranno accedervi? Quanti potranno sostenere la spesa di questa cura? D’altra parte, l’efficacia dell’intervento è di breve durata e quindi l’accesso deve essere giornaliero, per poter indurre un certo effetto stabile sulle funzioni esaminate. In mancanza di risposte definitive, ben vengano questi tentativi, purché non siano dettati da soli fini commerciali e portino a qualche seppur minimo risultato.

Esistono altre terapie non farmacologiche che si stanno diffondendo anche in Italia, come la treno terapia, metodo utile per dare sollievo ai pazienti affetti da demenze. Si tratta di un vagone virtuale in stile retrò che simula un viaggio vissuto dai pazienti con tranquillità, poiché ha la capacità di placare il senso di ansia e agitazione tipico della malattia. Prima di entrare nel vagone i pazienti attendono in una sala d’aspetto curata nel dettaglio, così da dare una sensazione realistica che riporta a momenti già vissuti.

Il nostro Servizio sanitario nazionale, ormai quasi completamente smantellato, potrà garantire questo genere di terapia ai meno abbienti?

 

I ARTICOLO PUBBLICATO SU “DABITONTO.COM” NELLA RUBRICA “SOSTENIAMOLI”

 

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Città aperta ai disabili: rivoluzione possibile o utopia?

   Maurizio De Giglio  

Aprire questa nuova rubrica sulla disabilità, ponendo il problema del senso della passeggiata, potrebbe apparire un controsenso. La passeggiata ormai e’ considerata, come qualcosa di inutile, per via del sistema di vita che abbiamo adottato.

Non è più considerata, nel senso comune, la migliore cura allo stress e il modo più sicuro per scaricare   i pensieri e le emozioni negative che possono opprimerci quotidianamente. Ne’ viene percepita come l’ultima possibilità che il camminare ti offre,  di recuperare quel contatto umano che abbiamo perso, anche per l’avvento dei social networks, immersi come siamo nel modus vivendi frettoloso, che la società industriale ha prodotto. Personalmente, sono sempre stato d’accordo con Pasolini: Non sono contrario al progresso, sono contro questo modello di sviluppo!

Ma la scelta di andare a piedi o prendere l’auto, è una scelta che riguarda i cd normodotati.

Che scelta possono fare i disabili  di farsi quattro passi nel centro storico? Strade e vicoli dissestati sono un pericolo per tutti. Scuole ed edifici pubblici non hanno previsto l’eliminazione delle barriere architettoniche. Cadere, inciampando in una buca mai riparata, è la normalità.

Sradicare quella convinzione che sia inutile, oltre che poco economico, rendere più accessibile a tutti la città in cui viviamo, è  impresa ardua. Basterebbe pensare a quanta gente nel corso della propria vita, passi da uno stato di normalità a uno di disabilità, per cambiare le proprie e le altrui opinioni su questo problema. Eppure proprio a noi del Sud viene riconosciuta una maggiore umanita’ nei rapporti interpersonali. Ma rendere una strada percorribile anche agli svantaggiati, lo si ritiene qualcosa di irrivelante o, peggio, di non fattibile per l’elevato costo economico. Mi sono chiesto, ma a questo punto lo chiedo agli esperti: quanto costerebbe apporre saliscendi nei punti nevralgici, con misure idonee al passaggio delle carrozzine più grandi, e non solo, rispettando nella costruzione degli stessi, le misure previste per legge?
È deprimente vedere realizzati i saliscendi sui marciapiedi, senza che i disabili possano utilizzarli perché  troppo stretti o realizzati con un gradino che impedisce alla carrozzina la salita o rischiosa la discesa. Per non parlare degli automobilisti che parcheggiano proprio negli angoli dove sono posizionati i saliscendi, rendendo la possibilità di godere di una passeggiata al disabile, un diritto negato. E, così, si rende la vita impossibile anche agli anziani. Con la popolazione che invecchia, senza ricambio generazionale, appare un’assurdità.
Questa indolenza, soprattuttto di noi meridionali, nel lasciar correre, tranne poi trovarsi a gestire le emergenze per non aver agito nei tempi opportuni, va combattuta con una progettualità veramente innovativa, coinvolgendo i giovani ed entusiasmarli alla realizzazione di nuove strategie, che portino alla realizzazione di un vero progresso sociale ed economico.  
Utopia? No, utopia e’ luogo irraggiungibile, nella sua valenza etimologica. Qui, ci si pone davanti ad una scelta: o si comincia a progettare un futuro a misura d’uomo o si muore nella più completa abulia mentale.

 

Rubrica sulla disabilità: adottiamo una barriera su www.dabitonto.com

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Disabilità e “ostacoli”. Adottiamo una barriera e abbattiamola

Sarebbe il caso che i nostri Comuni aderiscano a questa iniziativa

   Maurizio De Giglio  Stampa l’articolo
Navigando sul web e leggendo i giornali è possibile trovare centinaia di progetti che si occupano di disabilità. La disabilità è affrontata in tutte le sue sfumature, da quelle pratiche, come ad esempio l’abbattimento delle barriere architettoniche o l’integrazione scolastica, a quelle più emotive, la sessualità e la gestione delle emozioni. 
Decine sono i progetti, che, nello specifico, si occupano di segnalare la presenza di barriere architettoniche nei luoghi pubblici e privati. Questi progetti si occupano di fare “da tramite” tra i cittadini e gli enti competenti; purtroppo però le amministrazioni non possono intervenire, non per negligenza o palese disinteresse, ma semplicemente perché non ci sono i fondi necessari.

I soldi per l’abbattimento delle barriere architettoniche però non ci sono.
Incredibile, ma vero! C’è un progetto per abbattere realmente le barriere, anche quelle del “non si può fare” e “non ci sono i soldi”.
Il progetto nasce grazie al “Comitato Il Nobel per i Disabili”, l’organizzazione non lucrativa fondata dalla famiglia Fo nel 1998, dopo l’assegnazione del Nobel per la Letteratura a Dario Fo.
Un Comitato e una responsabile del progetto si occuperanno della realizzaione di sviluppare il progetto pilota nel territorio dei Comuni dell’Appennino Reggiano.

Abbattere le barriere architettoniche è fondamentale per tutti, non solo per i disabili, ma per tutta la società civile. Un paese accessibile migliora la vita delle mamme con passeggino, degli anziani con deambulatore, delle signore con borse da spesa a ruote, di chi usa mezzi meccanici per muoversi, di una società che sta vedendo sempre più allungarsi l’aspettativa di vita.
Abbattere le barriere potrebbe anche andare a favore di quelli che ora pensano “Ma a me non serve!”.
Questa iniziativa è solo una piccola goccia in un oceano di cose che andrebbero fatte per migliorare i servizi nel territorio.
IL PROGETTO
Il progetto si pone l’obiettivo di abbattere le barriere architettoniche sul suolo e negli edifici pubblici.
“Adotta una barriera e abbattila” si divide in cinque fasi: la prima è, ovviamente, quella della segnalazione della presenza di barriere architettoniche. I cittadini e le associazioni potranno mandare una mail a info@comitatonobeldisabili.it. Al momento non è presente alcun Comune pugliese che ha aderito all’iniziativa.
Chi farà la segnalazione dovrà descrivere con precisione la barriera e indicare una stima reale del costo dell’opera corredata da documentazione fotografica. Inoltre, lo stesso dovrà rendersi disponibile per controllare il corretto svolgimento dei lavori durante la fase di realizzazione dell’opera. Una volta pervenute le segnalazioni il comitato di decisione del progetto le valuterà secondo precisi criteri e saranno scelte le opere da realizzare. In questa fase è fondamentale la collaborazione degli enti territoriali competenti per la gestione delle pratiche tecniche e burocratiche, che per legge possono essere eseguite solo ed esclusivamente dagli enti pubblici. Diciamo che questa è la fase più complicata, perché prima di poter avviare il processo di adozione è necessario adempiere a tutti gli obblighi di legge in materia urbanistica.
Una volta ottenuti tutti i permessi e identificata l’azienda che realizzerà i lavori si attiva la fase dell’adozione. Tramite un sistema di donazioni informatiche, sarà possibile sostenere i vari progetti, e grazie ai canali di cui la famiglia Fo dispone e grazie all’impegno dei volontari del Comitato la raccolta fondi sarà fatta anche a livello nazionale.
Una volta raggiunta la somma necessaria per realizzare il progetto si attiverà la quarta fase, ossia la realizzazione concreta dell’opera. Terminati i lavori, vi sarà il collaudo da parte dei tecnici competenti e sarà presentato agli utenti il rendiconto finale delle spese.

Sarebbe il caso che i nostri Comuni aderiscano a questa iniziativa.

“Un popolo che ha senso della solidarietà è sicuramente un popolo che va avanti nella storia. È un popolo che produce umanità”.

INTERVISTA ALLA PSICOTERAPEUTA LIANTONIO SULLA DISABILITA’

Oggi incontriamo la dr.ssa Rosangela Liantonio, psicoterapeuta e docente di Psicologia presso l’I.I.S.S. “Colasanto di Andria”, per rivolgerle alcune domande sulle questioni più scottanti che riguardano la disabilità.

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1) I tuoi canali di osservazione nei riguardi della disabilità (la professione di psicologa da un lato e di docente dall’altra) quali problematiche hanno messo in risalto?

La mia esperienza come insegnante e come psicologa mi ha permesso di conoscere il mondo della disabilità da diverse angolazioni: quella psicologica, quella pedagogica riabilitativa, normativa e sociale. E’ una realtà questa particolarmente articolata e complessa, che richiede uno sforzo notevole per tutti i soggetti che ne sono coinvolti. Si tratta di un mondo in continua evoluzione, che si arricchisce giorno dopo giorno, di nuove esperienze, di nuove ricerche nuove sensibilità. Tuttavia molta strada c’è da fare, soprattutto per realizzare i buoni propositi che la normativa e, anche le ricerche di psicologia sociale e dell’handicap, ci hanno abituato a considerare. Il passo più difficile è, appunto, il salto dal teorico alla traduzione in pratica. Non si sono seguite strategie di integrazione reale e, spesso, viene tralasciata l’applicazione delle norme. Dobbiamo ricordare che lo stesso concetto di integrazione è stato soppiantato da quello di inclusione sociale, che allude ad un ruolo attivo, secondo le possibilità di ciascuno, nel tessuto sociale. Quello che si osserva in alcune realtà, è un divario, uno scollamento tra principi ed esperienza di vita reale.
Nella mia esperienza ho potuto osservare il sistema famiglia, che ruota intorno alla persona con disabilità; la presenza di un componente che ne è affetto, mette a dura prova le dinamiche familiari e attrae su queste persone le attenzioni e gli affetti in maniera totalizzante, a causa del forte bisogno di supporto psicologico, informativo e strumentale, per affrontare quella miriade di aspetti emozionali, relazionali e organizzativi, che queste situazioni comportano. Un altro punto di criticità, è la frammentarietà dei servizi e degli interventi che vedono spesso le famiglie vagare da una struttura  all’altra, alla ricerca di una direzione e di un’unitarietà di progetto. Per quanto si parli di lavoro di rete e coordinamento dei servizi, la realtà è diversa.
Di frammentarietà e iniziative sporadiche è costellata anche tutta la realtà relativa all’inclusione sociale delle persone con disabilità. Spesso cambiano i politici e le amministrazioni in cui operano e quello che, fino ad quel punto è fatto, viene magari miserabilmente perso, svuotato di senso. E non trasmesso ai successori.

2) Ritieni che negli ultimi tempi ci siano stati miglioramenti, sul modo in cui la gente guarda le disabilità?

Come già accennato in precedenza, si stanno facendo degli sforzi notevoli per guardare alla disabilità con un occhio diverso, un occhio ”più umanizzato e umanizzante”. Effettivamente un grande impulso viene dalla comunicazione sociale; mi riferisco alla varie campagne di informazione e sensibilizzazione sul tema. Cito a questo proposito anche la grande visibilità che hanno acquisito i giochi Paralimpici che si sono tenuti a Rio nell’agosto scorso. Grazie a questa manifestazione e all’ampia diffusione delle imprese che gli atleti hanno compiuto nelle televisioni e nei mezzi di comunicazione piu’ popolari, al pari dei loro colleghi cd normodotati dei giochi olimpici si è data una maggiore visibilità delle grandi possibilità che queste persone possono compiere.

3) Un tempo non erano considerate persone. E’ ancora così?

Nella storia, la disabilità è stata vista con occhi diversi, a seconda delle varie epoche e a secondo delle conoscenze e dei contesti socioculturali: pensiamo all’idea del disabile come “Monstra naturae”, come “selvaggio da educare” o addirittura, come pensavano nel Medioevo, che fossero “peccatori da salvare”. Alla fine del secolo scorso si è cominciato a parlare del disabile come di un “malato da curare”. Quando il benessere sociale è aumentato e l’attenzione alla disabilità si è trasformata in un atteggiamento protettivo, la persona disabile è vista come un bambino da proteggere; proteggere dalla società, dall’ostilità, dalla sua stessa disabilità. E questa visione della disabilità continua a permeare il senso comune. Tanto è vero che ancora oggi, è facile riferirsi alla persona con disabilità come di un bambino da proteggere, anche se magari ha cinquant’anni, e si rimane sempre dell’idea, nell’immaginario comune, di un eterno bambino, senza i bisogni tipici dell’età adulta. Gli sforzi che la comunità scientifica sta facendo negli ultimi anni, sono volti a considerare la persona con disabilità come persona, con i suoi bisogni, con le sue esigenze tipiche, non soltanto dell’aspetto disfunzionale.
Ma dell’età a del contesto in cui vive e dei suoi bisogni specifici, qualcuno ha parlato anche di persone diversamente abili, ma questa definizione, come si può facilmente osservare, mette l’accento sulla diversità, che, in qualche modo, esclude già nella sua definizione una persona con caratteristiche diverse dalla media. L’ultima recente definizione pone l’accento sul suo essere persona in toto, prioritariamente alle sue caratteristiche peculiari, compresa la sua disabilità.

4) Come si potrebbero includere, al meglio, nel tessuto sociale, queste persone?

Creare e pensare a delle occasioni di reale inclusione è un compito piuttosto arduo. Sicuramente lo sport costituisce un’attivita’ trasversale, che consente alle persone con disabilità di realizzare se stessi, raggiungere risultati altrimenti impossibili, superare i propri limiti, concentrarsi sulle proprie potenzialità e allo stesso tempo permette di raggiungere una maggiore conoscenza e consapevolezza delle risorse, che queste persone hanno da spendere, evitando quel soffermarsi sulla parte malata della persona, che attiva generalmente un atteggiamento pietistico e compassionevole, che offende ulteriormente la dignità di queste persone. Non si può tuttavia parlare di inclusione, senza tenere in considerazione il lavoro, che costituisce elemento indispensabile dell’identità di ciascuno. Questa realtà è spesso preclusa, perché considerati un ostacolo alla produttività.
La reale inclusione richiede a tutti noi di progettare qualsiasi evento, qualsiasi situazione considerando fra le diverse necessità ed esigenze, anche i limiti e soprattutto le potenzialità che ogni singola persona presenta, a prescindere dalla presenza o meno di una disabilità. Per fare questo però è necessario agire sull’atteggiamento delle persone, in via preliminare sulla mentalità, sul pregiudizio che qualche volta accompagnano anche le persone che ruotano intorno a questo mondo.

Bisogna aspirare a mettere la persona giusta al posto giusto, valutando adeguatamente le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative. Le quote d’obbligo e le sanzioni economiche sono state leve importanti, per l’integrazione lavorativa di molti. Purtroppo, sono ancora necessarie, perché la società non ha ancora fatto un vero e proprio cambio di mentalità, ma bisogna comunque migliorarla in considerazione dei numerosi disabili, che hanno conseguito specializzazioni, lauree, master.
Bisogna uscire dalla mentalità dell’elemosina e della commiserazione, bensì ci vogliono percorsi che valorizzino non la “diversa abilità” (espressione tanto ingenerosa quanto pregiudizievole), ma la diversificazione delle competenze. Devono sentirsi lavoratori e non disabili e pertanto essere assunti per quello che sanno fare e non per la propria condizione.

Intervista di Maurizio De Giglio

Intervista alla prof.ssa Giovanna Bruno, consigliere del Comune di Andria

Oggi incogiovanna-brunontriamo la prof.ssa  Giovanna Bruno, consigliere del  gruppo C.O.R.  del Comune di Andria e Presidente della IV Commissione Consiliare Permanente, che si occupa dei provvedimenti che riguardano la Cultura,  l’Istruzione, l’Ambiente, la Sanità.  Nella sua esperienza politica si è occupata, con la Commissione che presiede, delle questioni relative alle disabilità (contributi alle Cooperative sociali, trasporto dei disabili ecc.), garantendo quei servizi, definiti dalla normativa vigente, essenziali per le Istituzioni scolastiche (asili nido, scuole materne, scuola dell’infanzia e primaria, di I e II grado) e  senza dei quali non sarebbe possibile la fruizione degli stessi da parte dei cittadini.

Quali provvedimenti avete preso per garantire anche quest’anno alla cittadinanza i servizi essenziali?

L’Amministrazione andriese, in questi anni, si è distinta nell’offrire  ai cittadini, quei servizi che riteniamo fondamentali per l’esercizio delle funzioni normali, che le Istituzioni, scolastiche o sanitarie, devono svolgere, per quanto di competenza comunale. In qualità di consigliere di maggioranza, mi sento di affermare che le difficoltà economiche e gestionali della città hanno rallentato, ma non messo in discussione, il nostro intervento in tal senso, che è stato da noi considerato prioritario, rispetto a qualsiasi altro intervento amministrativo.

Le cooperative sociali presenti sul territorio, nonostante qualche problema, vengono supportate nell’intervento in favore delle famiglie disagiate andriesi o dei disabili.

Molti i centri socio-sanitari che operano nel settore e che vantano esperienza e competenza in merito alle problematiche evidenziate e che possono contare sulla presenza costante dell’Amministrazione. Efficiente ed efficace l’interesse e il supporto comunale in diversi settori. Ricordiamo la massiccia fornitura di educatori che garantiscono un valido aiuto ai docenti di sostegno nella Scuola pubblica, il trasporto disabili, i buoni-pasto per le scuole con orario prolungato, buoni-libro. Molte le associazioni riconosciute che operano sul territorio che possono contare su forme di collaborazione con l’Amministrazione comunale, favorendo in tal modo l’integrazione e l’inclusione dei disabili nella società civile.

Passando alla tua esperienza di docente, ritieni che il problema dell’inclusione dei disabili sia affrontato in maniera adeguata?

Io nasco come docente di sostegno (come tutti i docenti di Diritto!) e questa esperienza mi ha arricchita, per i rapporti che ho creato con le persone disabili. Posso dire che, negli ultimi 10 anni, sono stati fatti passi da gigante nel recupero ed inclusione dei diversabili, tanto da arrivare alla consapevolezza che la diversabilità è una risorsa e non un limite per le classi che, all’interno delle Scuole, accolgono queste persone. Siamo partiti lentamente e con molti pregiudizi, accorgendoci  di percorrere una strada ricca di insidie, ma certi di voler progettare un futuro dignitoso per loro. Abbiamo sempre cercato di coinvolgere tutte le componenti scolastiche, perchè non è facile affrontare, insieme alle famiglie, i problemi che quotidianamente si presentano, per alleviare le sofferenze che comunque i disabili sopportano.

Intervista di Maurizio De Giglio