INTERVISTA ALLA PSICOTERAPEUTA LIANTONIO SULLA DISABILITA’

Oggi incontriamo la dr.ssa Rosangela Liantonio, psicoterapeuta e docente di Psicologia presso l’I.I.S.S. “Colasanto di Andria”, per rivolgerle alcune domande sulle questioni più scottanti che riguardano la disabilità.

liantonio-600-x-600

1) I tuoi canali di osservazione nei riguardi della disabilità (la professione di psicologa da un lato e di docente dall’altra) quali problematiche hanno messo in risalto?

La mia esperienza come insegnante e come psicologa mi ha permesso di conoscere il mondo della disabilità da diverse angolazioni: quella psicologica, quella pedagogica riabilitativa, normativa e sociale. E’ una realtà questa particolarmente articolata e complessa, che richiede uno sforzo notevole per tutti i soggetti che ne sono coinvolti. Si tratta di un mondo in continua evoluzione, che si arricchisce giorno dopo giorno, di nuove esperienze, di nuove ricerche nuove sensibilità. Tuttavia molta strada c’è da fare, soprattutto per realizzare i buoni propositi che la normativa e, anche le ricerche di psicologia sociale e dell’handicap, ci hanno abituato a considerare. Il passo più difficile è, appunto, il salto dal teorico alla traduzione in pratica. Non si sono seguite strategie di integrazione reale e, spesso, viene tralasciata l’applicazione delle norme. Dobbiamo ricordare che lo stesso concetto di integrazione è stato soppiantato da quello di inclusione sociale, che allude ad un ruolo attivo, secondo le possibilità di ciascuno, nel tessuto sociale. Quello che si osserva in alcune realtà, è un divario, uno scollamento tra principi ed esperienza di vita reale.
Nella mia esperienza ho potuto osservare il sistema famiglia, che ruota intorno alla persona con disabilità; la presenza di un componente che ne è affetto, mette a dura prova le dinamiche familiari e attrae su queste persone le attenzioni e gli affetti in maniera totalizzante, a causa del forte bisogno di supporto psicologico, informativo e strumentale, per affrontare quella miriade di aspetti emozionali, relazionali e organizzativi, che queste situazioni comportano. Un altro punto di criticità, è la frammentarietà dei servizi e degli interventi che vedono spesso le famiglie vagare da una struttura  all’altra, alla ricerca di una direzione e di un’unitarietà di progetto. Per quanto si parli di lavoro di rete e coordinamento dei servizi, la realtà è diversa.
Di frammentarietà e iniziative sporadiche è costellata anche tutta la realtà relativa all’inclusione sociale delle persone con disabilità. Spesso cambiano i politici e le amministrazioni in cui operano e quello che, fino ad quel punto è fatto, viene magari miserabilmente perso, svuotato di senso. E non trasmesso ai successori.

2) Ritieni che negli ultimi tempi ci siano stati miglioramenti, sul modo in cui la gente guarda le disabilità?

Come già accennato in precedenza, si stanno facendo degli sforzi notevoli per guardare alla disabilità con un occhio diverso, un occhio ”più umanizzato e umanizzante”. Effettivamente un grande impulso viene dalla comunicazione sociale; mi riferisco alla varie campagne di informazione e sensibilizzazione sul tema. Cito a questo proposito anche la grande visibilità che hanno acquisito i giochi Paralimpici che si sono tenuti a Rio nell’agosto scorso. Grazie a questa manifestazione e all’ampia diffusione delle imprese che gli atleti hanno compiuto nelle televisioni e nei mezzi di comunicazione piu’ popolari, al pari dei loro colleghi cd normodotati dei giochi olimpici si è data una maggiore visibilità delle grandi possibilità che queste persone possono compiere.

3) Un tempo non erano considerate persone. E’ ancora così?

Nella storia, la disabilità è stata vista con occhi diversi, a seconda delle varie epoche e a secondo delle conoscenze e dei contesti socioculturali: pensiamo all’idea del disabile come “Monstra naturae”, come “selvaggio da educare” o addirittura, come pensavano nel Medioevo, che fossero “peccatori da salvare”. Alla fine del secolo scorso si è cominciato a parlare del disabile come di un “malato da curare”. Quando il benessere sociale è aumentato e l’attenzione alla disabilità si è trasformata in un atteggiamento protettivo, la persona disabile è vista come un bambino da proteggere; proteggere dalla società, dall’ostilità, dalla sua stessa disabilità. E questa visione della disabilità continua a permeare il senso comune. Tanto è vero che ancora oggi, è facile riferirsi alla persona con disabilità come di un bambino da proteggere, anche se magari ha cinquant’anni, e si rimane sempre dell’idea, nell’immaginario comune, di un eterno bambino, senza i bisogni tipici dell’età adulta. Gli sforzi che la comunità scientifica sta facendo negli ultimi anni, sono volti a considerare la persona con disabilità come persona, con i suoi bisogni, con le sue esigenze tipiche, non soltanto dell’aspetto disfunzionale.
Ma dell’età a del contesto in cui vive e dei suoi bisogni specifici, qualcuno ha parlato anche di persone diversamente abili, ma questa definizione, come si può facilmente osservare, mette l’accento sulla diversità, che, in qualche modo, esclude già nella sua definizione una persona con caratteristiche diverse dalla media. L’ultima recente definizione pone l’accento sul suo essere persona in toto, prioritariamente alle sue caratteristiche peculiari, compresa la sua disabilità.

4) Come si potrebbero includere, al meglio, nel tessuto sociale, queste persone?

Creare e pensare a delle occasioni di reale inclusione è un compito piuttosto arduo. Sicuramente lo sport costituisce un’attivita’ trasversale, che consente alle persone con disabilità di realizzare se stessi, raggiungere risultati altrimenti impossibili, superare i propri limiti, concentrarsi sulle proprie potenzialità e allo stesso tempo permette di raggiungere una maggiore conoscenza e consapevolezza delle risorse, che queste persone hanno da spendere, evitando quel soffermarsi sulla parte malata della persona, che attiva generalmente un atteggiamento pietistico e compassionevole, che offende ulteriormente la dignità di queste persone. Non si può tuttavia parlare di inclusione, senza tenere in considerazione il lavoro, che costituisce elemento indispensabile dell’identità di ciascuno. Questa realtà è spesso preclusa, perché considerati un ostacolo alla produttività.
La reale inclusione richiede a tutti noi di progettare qualsiasi evento, qualsiasi situazione considerando fra le diverse necessità ed esigenze, anche i limiti e soprattutto le potenzialità che ogni singola persona presenta, a prescindere dalla presenza o meno di una disabilità. Per fare questo però è necessario agire sull’atteggiamento delle persone, in via preliminare sulla mentalità, sul pregiudizio che qualche volta accompagnano anche le persone che ruotano intorno a questo mondo.

Bisogna aspirare a mettere la persona giusta al posto giusto, valutando adeguatamente le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative. Le quote d’obbligo e le sanzioni economiche sono state leve importanti, per l’integrazione lavorativa di molti. Purtroppo, sono ancora necessarie, perché la società non ha ancora fatto un vero e proprio cambio di mentalità, ma bisogna comunque migliorarla in considerazione dei numerosi disabili, che hanno conseguito specializzazioni, lauree, master.
Bisogna uscire dalla mentalità dell’elemosina e della commiserazione, bensì ci vogliono percorsi che valorizzino non la “diversa abilità” (espressione tanto ingenerosa quanto pregiudizievole), ma la diversificazione delle competenze. Devono sentirsi lavoratori e non disabili e pertanto essere assunti per quello che sanno fare e non per la propria condizione.

Intervista di Maurizio De Giglio

Intervista alla prof.ssa Giovanna Bruno, consigliere del Comune di Andria

Oggi incogiovanna-brunontriamo la prof.ssa  Giovanna Bruno, consigliere del  gruppo C.O.R.  del Comune di Andria e Presidente della IV Commissione Consiliare Permanente, che si occupa dei provvedimenti che riguardano la Cultura,  l’Istruzione, l’Ambiente, la Sanità.  Nella sua esperienza politica si è occupata, con la Commissione che presiede, delle questioni relative alle disabilità (contributi alle Cooperative sociali, trasporto dei disabili ecc.), garantendo quei servizi, definiti dalla normativa vigente, essenziali per le Istituzioni scolastiche (asili nido, scuole materne, scuola dell’infanzia e primaria, di I e II grado) e  senza dei quali non sarebbe possibile la fruizione degli stessi da parte dei cittadini.

Quali provvedimenti avete preso per garantire anche quest’anno alla cittadinanza i servizi essenziali?

L’Amministrazione andriese, in questi anni, si è distinta nell’offrire  ai cittadini, quei servizi che riteniamo fondamentali per l’esercizio delle funzioni normali, che le Istituzioni, scolastiche o sanitarie, devono svolgere, per quanto di competenza comunale. In qualità di consigliere di maggioranza, mi sento di affermare che le difficoltà economiche e gestionali della città hanno rallentato, ma non messo in discussione, il nostro intervento in tal senso, che è stato da noi considerato prioritario, rispetto a qualsiasi altro intervento amministrativo.

Le cooperative sociali presenti sul territorio, nonostante qualche problema, vengono supportate nell’intervento in favore delle famiglie disagiate andriesi o dei disabili.

Molti i centri socio-sanitari che operano nel settore e che vantano esperienza e competenza in merito alle problematiche evidenziate e che possono contare sulla presenza costante dell’Amministrazione. Efficiente ed efficace l’interesse e il supporto comunale in diversi settori. Ricordiamo la massiccia fornitura di educatori che garantiscono un valido aiuto ai docenti di sostegno nella Scuola pubblica, il trasporto disabili, i buoni-pasto per le scuole con orario prolungato, buoni-libro. Molte le associazioni riconosciute che operano sul territorio che possono contare su forme di collaborazione con l’Amministrazione comunale, favorendo in tal modo l’integrazione e l’inclusione dei disabili nella società civile.

Passando alla tua esperienza di docente, ritieni che il problema dell’inclusione dei disabili sia affrontato in maniera adeguata?

Io nasco come docente di sostegno (come tutti i docenti di Diritto!) e questa esperienza mi ha arricchita, per i rapporti che ho creato con le persone disabili. Posso dire che, negli ultimi 10 anni, sono stati fatti passi da gigante nel recupero ed inclusione dei diversabili, tanto da arrivare alla consapevolezza che la diversabilità è una risorsa e non un limite per le classi che, all’interno delle Scuole, accolgono queste persone. Siamo partiti lentamente e con molti pregiudizi, accorgendoci  di percorrere una strada ricca di insidie, ma certi di voler progettare un futuro dignitoso per loro. Abbiamo sempre cercato di coinvolgere tutte le componenti scolastiche, perchè non è facile affrontare, insieme alle famiglie, i problemi che quotidianamente si presentano, per alleviare le sofferenze che comunque i disabili sopportano.

Intervista di Maurizio De Giglio