“Quale citta’ nel nuovo millennio” nella rubrica sulla disabilità

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Nuovo millennio

 

 

 

 

Quale città progettare per il nuovo millennio?
Saranno le persone con disabilità a salvare il mondo?
 

Maurizio De Giglio 

“Dal punto di vista matematico, se un ubriaco vive in una città bidimensionale e cerca di tornare a casa girando a caso a ogni incrocio, prima o poi ci arriva sicuramente. In una città tridimensionale, invece, la complicazione di dover anche salire o scendere a caso da un piano all’altro fa si che la probabilità di arrivare non solo all’entrata del proprio condominio, ma anche alla porta di casa, scende al 30%. Se dunque volete andare negli Stati Uniti a ubriacarvi, scegliete come meta la piatta Los Angeles ma non New York, a causa della sua sobria geometria tridimensionale.”

Così concludeva Odifreddi, un interessante articolo sulla città razionale. La città ideale, così come concepita da Leonardo Battista Alberti, non prevedeva spazi ai meno fortunati. Era una città per le classi elevate, svuotata dalla povertà e ricca di bellezze artistiche.

Paradossalmente è la mobilità di merci e persone e non la vivibilità, a preoccupare gli architetti contemporanei, spinti da parcelle milionarie e interessi economici stratosferici.

La linea ferroviaria ad alta velocità della California, il Nuovo Canale di Panama, il corridoio economico Cina-Pakistan e la metropolitana di Riyadh: sono questi, per grandiosità, complessità tecnica e impatto economico generato, i quattro mega-progetti attualmente in corso nel mondo. Insomma, spostamento veloce di uomini e mezzi è la molla principale del capitalismo. Tutto, pensato in funzione di una società che non invecchierà o che non si ammalerà mai.

Progettare una città autonoma e perfettamente collegata a tutto, vale a dire al nulla, è tornare a pensare utopisticamente alla città ideale. Ma l’intento è creare una società non statica, continuamente in movimento e proprio per questo infelice. In linea teorica, oggi, potremmo viaggiare stando tranquillamente in poltrona, nel salotto di casa. Invece stiamo costruendo un mondo dove si potrà percorrere migliaia di chilometri, in men che non si dica.

Paesaggi stravolti, condizioni climatiche cambiate per sempre, uomini e donne sradicati dal loro habitat, in nome di un progresso che non si pone più il problema del benessere sociale, ma, al più, quello individuale. I segnali sempre più evidenti di maggiore solitudine dell’essere umano ed incapacità di affrontare gli enormi problemi che la nuova società post-industruale pone, non sembra spingerci a soluzioni a misura d’uomo, ma a rincorrere uno sviluppo insostenibile.

Quello che mi sembra assurdo, è proprio questa l’epoca in cui si sta cercando di superare il problema di grandi spostamenti di masse lavoratrici, come era avvenuto in Europa, a partire dagli anni ’50. Hanno chiuso i mega-complessi industriali, lasciando per strada migliaia di famiglie e si ritorna a pensare di far viaggiare milioni di persone e farle rientrare alla base, magari nella stessa giornata.

Città che rischiamo di svuotare, lasciandola ai vecchi e ai disabili, i quali non potranno spostarsi, visto lo stato attuale dei centri abitati.

Chissà, saranno le persone con disabilità a salvare il mondo?

RUBRICA SULLA DISABILITA’

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 L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità

Le positive conquiste hanno migliorato la scuola e la società civile e tale processo, a volte con forti spinte in avanti e a volte con qualche passo all’indietro, ha dato a questi trent’anni senso e motivazione al lavoro di tanti operatori scolastici

   Maurizio De Giglio

Nel 1977 veniva promulgata la legge n. 517, vale a dire la formalizzazione di una delle conquiste  più importanti della scuola italiana: l’integrazione nelle normali classi degli alunni con disabilità. Una conquista che ha dato alle famiglie, agli alunni e alla stessa scuola contenuti, opportunità e approcci nuovi, che hanno cambiato modi di insegnare, di educare e, soprattutto, una nuova prospettiva culturale nei confronti delle persone con disabilità. Le positive conquiste hanno migliorato la scuola e la società civile e tale processo, a volte con forti spinte in avanti e a volte con qualche passo all’indietro, ha dato a questi trent’anni senso e motivazione al lavoro di tanti operatori scolastici.

Ancora oggi incontro persone, della più svariata caratura intellettuale, che non capiscono il continuo cambiamento che questa problematica comporta. Ad esempio, nel giro di pochi anni, siamo passati attraverso una trasformazione, anche terminologica, della parola handicap.

Handicap metteva in evidenza la menomazione che una persona subiva negli atti di vita quotidiana, tralasciando le qualità e le residue abilità, a volte notevoli, della persona medesima.

Ecco che si è pensato di andare oltre e di porre l’accento sulle possibilità di crescita e capacità di queste persone. Il bisogno di integrarle e di non emarginarle ha portato gli organismi internazionali (l’O.M.S.-Organizzazione Mondiale della Sanità) a modificare i termini con cui venivano individuate. Per questi motivi con la parola disabile si è posto in risalto le diverse abilità, che queste menomazioni sviluppavano sulle persone.

A molti potrà sembrare  un discorso ripetitivo, già sentito e per questo vacuo, ma l’ottusa mentalità imperante, mi spinge a ricordare l’evoluzione della stessa percezione delle persone affette da menomazioni. L’evoluzione linguistica deve inevitabilmente seguire, a volte anticipare e correggere, un sbagliato pregiudizio. Mi sono recentemente scontrato con persone che non capivano perché bisognasse indicarle come persone con disabilità.

Una spiegazione andava data a chi continua a pensare che la sostanza non cambia. Vale a dire, sempre menomati sono! Senza ricordare gli scienziati Hawkins o Frisone, allarghiamo gli orizzonti mentali e pensiamo a cosa possono donarci queste personalità.

Tornando al mio pane quotidiano, qual è la funzione primaria della scuola nei confronti degli alunni con disabilità?

La l. 104/92 ci dice che “l’integrazione scolastica ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona handicappata nell’apprendimento, nella comunicazione, nelle relazioni e nella socializzazione” (art. 12, c. 3).

La scuola, quindi, per suo mandato istituzionale, è tenuta a offrire all’alunno disabile un’opportunità forte per contribuire alla costruzione del suo benessere e garantire non solo l’istruzione, ma anche la “piena formazione della personalità degli alunni” (art. 4,l. 517/97) attraverso relazioni umane e sociali, che aiutino a sviluppare la personalità complessiva della persona. E come accennavo prima, ad arricchire il mondo dei cd normodotati e ad insegnare la tolleranza.

Conseguentemente, occorre ricordare che anche gli alunni con gravi difficoltà di apprendimento e di adattamento, hanno diritto a vedere sviluppate dall’istituzione scolastica le proprie potenzialità conoscitive, operative e relazionali, naturalmente secondo personali ritmi di crescita e attraverso la strutturazione di finalizzati interventi di socializzazione e di apprendimento.

Ne deriva che, per affrontare questa vasta problematica, ha l’importante ruolo di indirizzo e guida, per arricchire il mondo dei cd normodotati e contribuire alla costruzione di una società tollerante.

NELLA RUBRICA “SOSTENIAMOLI” L’autismo”

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Come definire l’autismo? Sindrome specifica o malessere individuale?

12 Luglio 2017  Maurizio De Giglio

Il disturbo noto come autismo fu identificato dallo psichiatra Leo Kanner. Nei suoi studi, pubblicati nel 1943, descrisse i casi di una decina di bambini che secondo lui presentavano caratteristiche comuni.

Il primo di loro, Donald, sembrava per esempio completamente disinteressato al mondo e alle persone che lo circondavano, non giocava con gli altri bambini, non rispondeva al suo nome se veniva chiamato, aveva una mania per gli oggetti ruotanti, e scoppiava in bizze incontrollabili se la sua routine quotidiana veniva in qualche modo alterata. Gli altri piccoli pazienti che erano giunti all’attenzione di Kanner avevano comportamenti simili.

DIFFICILE DA RICONOSCERE. A più di sessant’anni da quella definizione ci sono ancora molte incertezze sulla classificazione del disturbo, e soprattutto sulle sue cause.

sintomi dell’autismo compaiono di solito prima dei tre anni, riguardano inizialmente difficoltà di linguaggio e di comunicazione, e un’apparente difficoltà di contatto emotivo, sia con i genitori sia con i coetanei, ma le sfumature e i quadri di presentazione possono essere anche assai diversi, il che rende spesso anche assai difficoltosa la diagnosi.

EPIDEMIA VERA O PRESUNTA? Negli anni scorsi si è spesso parlato di un forte aumento dei casi di autismo, addirittura di un’epidemia in corso: alcune indagini effettuate nei paesi anglofoni avevano evidenziato un forte aumento del numero di casi nella popolazione. In realtà, quei numeri sono stati molto ridimensionati e si sospetta che, più che un aumento dei casi, riflettano un aumento delle diagnosi, dovuto a una maggiore consapevolezza  e sensibilizzazione sul disturbo.

Oggi si stima che in Italia una prevalenza attendibile del disturbo (sono poche regioni a raccogliere in maniera sistematica dati sui casi) sia di circa quattro su mille bambini, con il disturbo che colpisce, per ragioni ignote, i maschi 3 o 4 volte più che le femmine.

LA BUFALA DEL LEGAME CON I VACCINI. Nonostante le ripetute smentite da parte della comunità scientifica, da anni continuano a circolare le voci che a causare l’autismo possano essere alcune vaccinazioni di età pediatrica, voci alimentate da una gran confusione. In un caso, sotto accusa c’è stato il vaccino contro il morbillo, ed è stato dimostrato che si trattava di una vera e propria bufala: falsificando i dati, un medico inglese era riuscito a pubblicare su una rivista scientifica autorevole l’ipotesi che il vaccino, che contiene il virus vivo attenuato, potesse provocare dei disturbi intestinali caratteristici e l’autismo.

Sul banco degli accusati è finito anche il tiomersale, un eccipiente a base di mercurio che veniva usato per garantire la sterilità e la conservazione del prodotto, e che è stato tolto dai vaccini nel 1992, non perché si sia dimostrato dannoso ma per principio di cautela: in ogni caso, moltissimi studi lo hanno scagionato dai sospetti.

CAUSE ANCORA IGNOTE. Sulle cause del disturbo c’è ancora molta incertezza. Si ritiene che ci sia una componente genetica, e i dati più recenti suggeriscono con sempre più forza la possibilità di un danno organico che si verifica nelle fasi di sviluppo del sistema nervoso. Uno studio recente ha, per esempio, osservato alcune anomalie nel cervello di alcuni bambini (in particolare nell’architettura di alcune aree della corteccia) affetti da autismo, che farebbero propendere sempre di più verso l’idea che si verifichino dei problemi durante lo sviluppo fetale.

TERAPIE POSSIBILI. Le terapie considerate più utili sono quelle di tipo comportamentale per migliorare la socialità dei bambini, e lo sviluppo della loro autonomia nella vita quotidiana, specialmente se vengono intraprese precocemente. Per altri tipi di intervento si ritiene non ci siano ancora le prove che funzionino. Nel 2011, l’Istituto superiore di sanità ha emesso delle Linee guida sui trattamenti che hanno dimostrato una qualche efficacia. Non ci sono stati aggiornamenti di rilievo, a causa dell’incertezza tra gli studiosi sull’efficacia delle terapie adottate.

Nella ricerca, grande attenzione si sta concentrando in questi ultimi anni sul ruolo dell’ossitocina, il cosiddetto “ormone dell’amore”, implicato nella modulazione di vari aspetti del comportamento sociale, per esempio nel comportamento materno e nello stabilirsi del legame tra madre e bambino, e  se ne fa un gran parlare come possibile trattamento dei disturbi autistici. E in sperimentazione ci sono alcuni spray nasali a base di ossitocina per migliorare le abilità sociali dei bambini e degli adulti affetti dal disturbo.

C’è da dubitare su tali terapie. Benché promettenti, queste ricerche sono ancora molto preliminari, e neppure il ruolo dell’ossitocina nell’autismo (se davvero i livelli siano più bassi in chi ne soffre) è così chiaro.

DIFFICOLTÀ QUOTIDIANE. Come gestire i bambini affetti da autismo, e soprattutto quali siano i percorsi migliori per avviarli a una vita il più possibile autonoma, rimane uno dei problemi su cui si interrogano la maggior parte delle famiglie dei pazienti, riuniti in numerose associazioni.  Non sono rare le notizie di bambini isolati, perché problematici e difficili da gestire, e la filosofia dell’inclusione di questi bambini nella scuola incontra non poche difficoltà, per non parlare della loro vita da adulti, quando il sostegno delle famiglie può venire a mancare. E questo è il vero problema: come integrarli nel tessuto sociale, rendendoli quanto più independenti, e seguirli in maniera adeguata, nel caso rimanessero senza il supporto dei loro cari.

 

 

MUSICA E DISLESSIA: QUALE RAPPORTO?

 

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Musica e dislessia, quale rapporto?

   Maurizio De Giglio  

Mi riesce difficile inserire la dislessia nel campo delle disabilità. Non a  caso la nuova terminologia la definisce come Disturbo Specifico  dell’Apprendimento. Sono lontani i tempi in cui veniva confusa con il ritardo mentale. Possiamo affermare che non è una patologia invalidante, a tal punto da impedire qualsiasi tipo di attività. Ritroviamo tra gli uomini che ne hanno sofferto, uomini del calibro di Michelangelo o Leonardo, Einstein o Marlon Brando.

Negli ultimi anni si è parlato molto di dislessia e la ricerca scientifica sull’argomento è molto attiva; nonostante ciò non si è ancora giunti a una conclusione sulle sue cause e uno degli ultimi filoni di ricerca in tal senso riguarda il rapporto fra musica e dislessiae, in particolare, la correlazione tra dislessia e difficoltà di tipo ritmico.

Siamo ben lontani dal dire se questa spiegazione sia esaustiva e se un’effettiva difficoltà nel senso del ritmo contribuisca realmente a spiegare le difficoltà in lettura, ma di sicuro questa teoria ha spinto diversi scienziati a condurre esperimenti legati a questa ipotesi.

Una recente ricerca condotta da diversi ricercatori italiani hanno ipotizzato che un allenamento di tipo musicale (basato principalmente sul ritmo) potesse avere ripercussioni positive anche sulla capacità di lettura in ragazzi dislessici. In passato diverse ricerche hanno mostrato diversi cambiamenti a livello cognitivo e neurofisiologico in qualche modo legati all’attività musicale, tra i quali anche migliori capacità linguistiche e di lettura.

In questo caso però i ricercatori hanno voluto analizzare gli effetti di un training musicale e di un training di pittura in due gruppi di persone fra gli 8 e gli 11 anni con diagnosi di dislessia evolutiva. Entrambi i gruppi inoltre venivano impegnati in un trattamento standard relativo alle abilità di lettura.

Può sembrare bizzarra come ipotesi, ma già molti studi scientifici hanno preso in considerazione la relazione tra musica e dislessia e alcuni di essi hanno messo in evidenza che le abilità ritmiche nei bambini hanno mostrato capacità predittiva rispetto ad abilità fonologiche e di lettura.

Entrambi i gruppi di bambini sono stati sottoposti a molte prove, prima e dopo il periodo di trattamento (durato 7 mesi): vari test facenti parte di una batteria per il QI, test di lettura, test sulle abilità fonologiche, test di attenzione uditiva e test relativi a ritmo e processamento temporale.

I risultati hanno mostrato interessanti effetti dei due tipi di training: il gruppo allenato sulla pittura ha mostrato maggior incremento delle prestazioni al test di ragionamento visuo-spaziale, mentre il gruppo allenato sulla musica ha ottenuto punteggi più alti relativamente a correttezza nella lettura, attenzione uditiva e capacità fonologiche.

Siamo ancora ben lontani dal capire tutto sulla dislessia, o anche soltanto da comprendere la relazione fra musica e dislessia, ma sicuramente questi dati fanno riflettere su quanto molte attività divertenti possono anche essere utili e rendere l’apprendimento meno doloroso nella psicologia di questi soggetti.

Eccovi il link:

http://www.dabitonto.com/sosteniamoli/musica-e-dislessia-quale-rapporto.htm